Intervista a Nicola Bonora

Ago 04, 2016 by Staff WM EXPO in  News

Quale sarà il futuro dell’attività di cui parlerai al WM EXPO?

La sparo subito grossa: è come chiedere quale sarà il futuro della ruota. Parlerò dell’usabilità dei form nel web, della loro importanza nevralgica nei processi di interazione uomo-web, di quanto ci si accorga di loro solo quando non funzionano (e quante volte succede), un tema che è nato con il web e morirà con esso. Cioè mai – ed ecco la seconda sparata.

Ovvio: i form si evolveranno in forme di interazione sempre più empatiche, immediate, trasparenti, ma ancora oggi sono il modo in cui i bisogni delle persone e gli obiettivi delle aziende si concretizzano in una relazione, che sia questa una vendita, l’iscrizione a una newsletter, a un social network, il commento a un post. E tutto questo è tanto più nevralgico quanto è articolato lo scenario di possibilità tecnologiche, molteplicità di canali, momenti in cui interagire. Mobile in prima fila, ovviamente.

Quale strategia consiglieresti per una startup in merito alla tematica che affronterai al WM EXPO?

Una startup deve inventare il modo di portare a terra una visione, altrimenti rischia di vagare in eterno nel girone infernale delle opportunità sprecate.

Si è portati a pensare che l’entusiasmo, la voglia di fare, perfino l’età possano superare qualsiasi ostacolo, sottovalutando gli aspetti di esecuzione in favore di quelli di visione. Nella realtà, sono i due aspetti della stessa questione: la sola presenza dell’uno senza l’altro vanifica qualsiasi velleità imprenditoria-giovanile.
Occorre quindi mettere a budget questo, che è un aspetto che oserei definire infrastrutturale: chi ha nel digitale un asset centrale della sua strategia non può permettersi di cadere nella progettazione e costruzione dei punti di contatto.

Qual è stata la novità più importante del tuo settore del 2016?

In questo contesto, l’attenzione agli standard – che siano dettati dalla tecnologia, dalla legge o dalle prassi – è un punto fondamentale; l’innovazione nei punti di interazione è frutto di una fatica sotterranea fatta di analisi costante di dati, di test A/B, di quello che chiamiamo continuous improvement, cioè di un miglioramento costante di microscopici aspetti che possono fare la differenza tra una vendita e un abbandono.

Pensiamo al cruscotto di un’auto: siamo in grado di metterci al volante di qualsiasi mezzo e partire nell’arco di un minuto, sapendo che troveremo la maggior parte dei comandi in modo istintivo; questo è uno standard di valore. Se innovassimo invertendo la leva degli indicatori di direzione con quella del tergicristallo probabilmente otterremmo un effetto ansiogeno; se invece miglioriamo l’ergonomia di ciascuno di questi strumenti, in modo che impegnino sempre meno la nostra mente nei processi d’uso, allora abbiamo innovato.
È un concetto di local innovation che dobbiamo costantemente perseguire, fino a che un nuovo standard non irromperà cambiando tutto, di nuovo (citando Steve Jobs).

Che novità pensi arriveranno nel 2017 per il tuo settore?

Sfera di cristallo aiutami…
In realtà quello che esprimo è soprattutto una speranza, qualcosa che esula dalla sfera tecnologica o progettuale: spero in una costante maturazione della consapevolezza, da parte della committenza, dell’importanza degli aspetti legati alla progettazione, messa in opera e misurazione di esperienze digitali, per formulare domande sempre più corrette, ricevere risposte a tono e aumentare la qualità complessiva dei prodotti digitali che affollano il nostro mondo.
Un circolo virtuoso, insomma. Da fare crescere un form alla volta.

Quali sono gli errori più comuni che noti nel tuo settore?

Sottovalutazione, superficialità, adozione di logiche imitative, tensione all’output e non al risultato, supponenza tecnologica, mancata considerazione degli utenti come persone – e delle persone come ragione d’essere di un servizio…

Non è sempre colpa delle agenzie digitali: a volte, la mancanza di sensibilità della committenza si riversa in un limite fisiologico di tempi e budget, in cui gli aspetti di un progetto più visibili, percettivi, o peggio ancora condizionati da dinamiche interne, schiacciano quelli funzionali, a discapito delle performance. A volte invece le agenzie mettono loro stesse e il loro retaggio davanti al risultato; per questo esistono progetti ben pensati e male realizzati, e viceversa.

Come rimediare? In una user experience che funziona, committente ed esecutore danzano una coreografia, oppure offrono entrambi goffe performance. Da qui, un altro aspetto infrastrutturale: scegliere l’agenzia “giusta”, non quella più brava, ma quella che può danzare meglio con noi.

Un tweet del perchè le persone dovrebbero partecipare al wmexpo

Uscire dalla propria bolla informativa, parlare con le persone, toccare con mano, per crescere.
E un avviso importante: don’t feed the speakers.

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